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Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il Decreto Milleproroghe ha dato il via libera all’autoconsumo collettivo e alle comunità energetiche in cui famiglie, imprese e condomìni hanno la possibilità di produrre e consumare direttamente energia elettrica.

Le comunità energetiche sono associazioni tra produttori e consumatori (che siano gruppi di persone o aziende) a cui è consentito produrre, immagazzinare e vendere energia elettrica autoprodotta da fonti rinnovabili.

Gli abitanti di un condominio, ad esempio, possono diventare una comunità energetica producendo energia attraverso i propri pannelli fotovoltaici sul tetto, distribuendola internamente tra gli inquilini e nel caso di energia prodotta in più rispetto alla richiesta del palazzo, possono venderla immettendola in rete.
 
Persone, PMI, o autorità locali come le Amministrazioni Comunali possono fondarne una e trarne benefici sin da subito.
 
L’obiettivo principale non è creare profitti, ma piuttosto fornire benefici ambientali, economici e sociali ai membri della comunità in cui è attiva.
 
Prima del Decreto Milleproroghe era possibile utilizzare l’energia elettrica autoprodotta solo per alimentare zone di uso comune (luci scale, ascensore) ma con la sua entrata in vigore ha modificato completamente gli aspetti fondamentali: si potrà produrre e consumare nelle immediate vicinanze del sito di produzione a patto che la potenza installata sia inferiore a 200 kW in bassa tensione.
 

Gli impianti realizzati a tale scopo non avranno accesso agli incentivi previsti dal decreto FER1 ma saranno destinatari di un nuovo incentivo allo studio da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, il cui valore sarà calcolato da ARERA.

Benefici delle comunità energetiche

Il primo beneficio che viene in mente, quello più immediato, è la drastica riduzione dei costi di distribuzione e trasporto che, stando agli ultimi dati ARERA, pesa per il 24,32% sul totale della bolletta. Circa un quarto della spesa totale.

E se la produzione e il consumo avvengono sullo stesso luogo, si riducono drasticamente anche le perdite dovute al trasporto sulle lunghe distanze e i costi di gestione delle centrali utilizzate per ridurre la tensione e renderla utilizzabile.

Secondo una ricerca ricerca realizzata da Studio Ambrosetti e dal Politecnico di Milano, il volume d’affari potrebbe aggirarsi intorno ai 29 miliardi di euro: due punti percentuali del PIL italiano.

I cittadini e le imprese, così come gli enti e le autorità locali passerebbero da uno stato puramente passivo di soli consumatori in un mercato centralizzato dominato da grandi impianti ad uno stato misto di produttori-consumatori, chiamati anche prosumer, in un mercato distribuito fatto di grandi e piccoli impianti.

Un altro aspetto interessante è quello legato alla tutela del produttore-consumatore: i soggetti che si associano per la creazione di una comunità energetica mantengono i propri diritti di consumatore finale, tra cui quello di scegliere il proprio fornitore di energia elettrica.

Rivolgendo l’attenzione verso gli impianti fotovoltaici, un ulteriore vantaggio è offerto proprio dal tipo di tecnologia: non avendo parti in movimento non è soggetto a usura come potrebbero esserlo invece gli impianti eolici, e non necessita quindi di una manutenzione eccessiva.

Esempi di comunità energetiche

Nei paesi del centro e nord Europa le comunità energetiche hanno una lunga storia e da queste esperienze hanno tratto benefici in termini di aumento dell’occupazione e di maggiore consapevolezza che riguarda sia la produzione che i consumi.

I cittadini sono i veri protagonisti della rivoluzione energetica e hanno pieno potere decisionale per tutto ciò che riguarda la comunità energetica di cui fanno parte, diventando maggiormente consapevoli del proprio utilizzo (e quindi dello spreco) di energia domestica.

Paesi come Germania, Danimarca e Olanda contano già su migliaia di questi impianti e se ne prevede un aumento con il recepimento delle norme previste dalla Direttiva Europea sulle Rinnovabili, chiamata anche Winter package o Clean energy package.

Tale direttiva fissa le regole a livello europeo per il raggiungimento dei nuovi obiettivi in materia di energia e clima per il 2030 e stabilisce le linee guida del percorso di decarbonizzazione entro il 2050.

E in Italia a che punto siamo?

Il Piemonte e la Puglia guardano avanti abbozzando direttive legislative, e i primi interessanti progetti pilota sono già partiti nonostante i problemi di carenza dal lato giuridico e legislativo.

Nell’area di Pinerolo in Piemonte, nell’Aprile 2019 un gruppo di comuni ha sottoscritto un protocollo d’intesa per creare la prima Oil Free Zone d’Italia, un progetto che vede impiegati 1350 km di territorio e interessa una popolazione di 150 mila abitanti.

All’altra estremità dello Stivale la regione Puglia sostiene le comunità energetiche attraverso l’emanazione della legge 9 Agosto 2019 n. 45, che fornisce indicazioni generali ai Comuni che intendono procedere con la costituzione di queste comunità.

Da un indagine effettuata dall’Istituto Piepoli, il 37% degli intervistati sarebbe interessato a partecipare ad un progetto di questo genere.

In Italia ben 22 milioni di persone abitano in 2,6 milioni di condomini sui tetti dei quali potrebbero essere installati impianti fotovoltaici e dare inizio alla Terza Rivoluzione Industriale teorizzata da Jeremy Rifkin.

Un bacino che potrebbe far nascere una intera filiera produttiva dedicata proprio a questo scopo, oltre che far accelerare lo sviluppo delle tecnologie e l’entrata in vigore di apposite leggi dello Stato.

Si può approfittare della riqualificazione energetica degli edifici, per la quale esistono già meccanismi di incentivazione e una guida sviluppata da ENEA nell’ambito della campagna nazionale Italia Classe A, per fondare la propria comunità energetica.

E come non approfittare anche dell’ecobonus con aliquota al 110% per la riqualificazione energetica della prima casa, presente nel Decreto Rilancio?